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Scuola creativa.

Manifesto per una nuova educazione

Recensione di Stefania Anna Russo

30 Giugno 2020

Se sei preoccupato per l’istruzione, cambiare si può! “Che tu sia uno studente, un insegnante, un dirigente o un leader politico, se in qualsiasi modo sei coinvolto nell’istruzione, puoi concorrere al cambiamento”.

“Cosa puoi fare allora?”.

Leggere il libro di Ken Robinson può essere un buon punto di partenza e se ritieni che le riforme per l’istruzione stiano andando verso una direzione sbagliata, unisciti al “movimento per un approccio più olistico che coltivi i talenti diversi di tutti i bambini”.

Il testo si presenta come un vero e proprio manifesto del cambiamento per una nuova educazione.

L’autore, educatore ed esperto di pedagogia, sostiene che le scuole abbiano un problema assai grave: “uccidono la creatività”. Come già affermava nel suo discorso durante la conferenza Ted (Technology Entertainment Design) nel 2006, durante il percorso scolastico molti studenti perdono i talenti innati perché la scuola non sa o non vuole valorizzarli.

Eppure l’istruzione dovrebbe “mettere gli studenti nelle condizioni di comprendere il mondo che li circonda e i talenti che hanno dentro di sé, così che possano diventare persone realizzate e cittadini attivi e compassionevoli”.

Ma perchè la scuola uccide la creatività?

Il libro mostra come la cultura della standardizzazione danneggi gli studenti e le scuole e come molte delle riforme che intendono rinnovare i sistemi di istruzione siano in realtà mosse da interessi politici e commerciali che compromettono il futuro di tanti giovani. Il sistema d’istruzione basato sulla standardizzazione e sul conformismo sopprime l’individualità, la creatività e l’immaginazione.

Condizione necessaria per cambiare l’istruzione è riconoscere che il sistema “non è monolitico, né statico (…) ha molte facce, molti interessi che si intersecano e molti punti di possibile innovazione”.

Il libro si rivolge a tutti coloro che hanno un interesse nei confronti dell’istruzione e che possono essere al contempo paladini del cambiamento. Cambiamento che può avvenire a tutti i livelli del sistema, ma che parte comunque dal basso. Le rivoluzioni non aspettano direttive dall’alto: “se sei in qualsiasi modo coinvolto nell’istruzione hai tre possibilità: puoi fare cambiamenti all’interno del sistema, puoi fare pressioni perché il sistema cambi o puoi prendere iniziative al di fuori del sistema”.

In molte parti del mondo questa rivoluzione è già in atto e Robinson lo dimostra presentando una serie di esempi concreti, di buone prassi documentate in varie parti del mondo. Esempi concreti che cambiare si può, se si vuole. E la via da seguire non sono le riforme, ma la rivoluzione concreta, dall’interno, con l’obiettivo di valorizzare il potenziale personale di ogni studente.

La sfida quindi non è aggiustare il sistema, ma trasformarlo.

Per cambiare l’istruzione è necessario prima comprendere le cause che hanno impedito al sistema di adattarsi ai tempi. L’autore lo individua nel controllo politico e nella sua corsa agli standard imposti dall’alto, sia nel curricolo che nella valutazione, basata su un apparentemente condivisibile ritorno ai fondamentali. Ma questo movimento per gli standard riduce la proposta a quattro priorità: leggere, scrivere, far di conto; innalzare gli standard scolastici; privilegiare le discipline tecnico-scientifiche; andare all’università. Senza tenere conto di nessuna delle variabili che possono condizionare il rendimento scolastico degli alunni: la motivazione, la povertà, lo svantaggio sociale, la situazione familiare, la scarsità delle risorse, le disponibilità finanziarie della scuola, la pressione delle valutazioni.

La vera chiave per la trasformazione dell’istruzione è migliorare la qualità dell’insegnamento, partendo da aspettative e motivazioni degli alunni, con curricoli ricchi ed equilibrati e sistemi di valutazione che offrano riscontri utili e attendibili. La standardizzazione si rivela essere la risposta sbagliata al cambiamento, perché al contrario restringe il curricolo, standardizza i contenuti, la didattica e la valutazione, oltre a mostrare scetticismo verso la creatività, l’apprendimento per scoperta, il gioco di fantasia, l’immaginazione.

Ma “le persone non sono fatte con forme e taglie standard né lo sono le loro capacità e personalità” e per attuare il cambiamento dobbiamo prima cambiare la storia attraverso una metafora migliore.

Come ha fatto l’istruzione pubblica a ridursi così? Perché aliena ed emargina i ragazzi invece di valorizzarli?

La radice del problema viene individuata nella nascita stessa del sistema di istruzione, figlio della rivoluzione industriale e dei suoi bisogni: manovalanza, tecnici qualificati, impiegati e contabili, professionisti e una classe dirigente.

Siccome la società del tempo aveva bisogno di lavoratori più che di laureati, l’istruzione di massa fu costruita come una piramide, che limitava progressivamente l’accesso ai livelli superiori. Intorno ai 14 anni veniva proposta una scelta tra percorsi destinati al lavoro e altri destinati a sfociare nella laurea.

Si tratta dell’applicazione al sistema di istruzione di principi industriali: processi lineari, con regole precise, che creano versioni identiche del prodotto, scartando quanto sia ritenuto non conforme. La stessa disponibilità dell’istruzione è legata alla logica della domanda e dell’offerta, come dimostra l’apertura progressiva delle università per far fronte alla necessità di laureati.

Come le fabbriche, le scuole di secondo grado sono basate sulla rigida divisione del lavoro e su una altrettanto rigida scansione oraria del lavoro stesso.

Questi principi, funzionali alla produzione industriale, presentano però diversi problemi quando applicati all’istruzione di persone:

  • la conformità (intesa come la tendenza a giudicare gli studenti in base a un unico standard di capacità) non funziona, perché le persone non sono standardizzate. L’alternativa sarebbe celebrare la diversità, valorizzare i talenti individuali, la creatività, la fantasia;

  • un rigido raggruppamento per età non rispetta i ritmi diversi di ogni bambino e neppure i diversi ritmi che lo stesso individuo può avere in discipline diverse;

  • il principio della domanda e dell’offerta non funziona perché la vita non è lineare e non è possibile prevedere a 14 anni cosa si farà in età adulta. Quindi un sistema che obblighi a una tale scelta va rivisto.

Questo sistema perde tutto ciò che non entra nel processo di produzione: cioè, fuor di metafora, tutti i talenti e gli interessi individuali che la scuola non sa (o non vuole) valorizzare, senza dimenticare gli scarti (cioè gli studenti che escono dal sistema), e il prezzo sociale che si paga per questi scarti.

Non si tratta di un effetto accidentale, dice Robinson, ma di “una caratteristica strutturale di questi sistemi”.

Ma allora, se questo sistema di istruzione industriale non funziona, quale funziona?

Il sistema attuale non può essere corretto perché l’istruzione non è un sistema meccanicistico.

Robinson abbandona ora la metafora dell’industria per utilizzare quella dell’allevamento e dell’agricoltura industriali, più adatta a spiegare quale sia il paradigma suggerito per l’istruzione, che per lui non è un processo industriale, ma biologico, in quanto fatto di persone (che pensano e hanno sentimenti) e non di oggetti o prodotti (che non hanno pensieri e sentimenti).

Il compito non è aumentare il profitto nelle scuole, ma rinvigorire la cultura vitale delle scuole stesse, per perseguire quattro scopi fondamentali: personale, sociale, culturale ed economico.

Economico.

L’istruzione dovrebbe mettere gli studenti nelle condizioni di diventare responsabili e indipendenti sul piano economico”.

Non si può negare l’importanza economica dell’istruzione per le singole persone, le comunità e le nazioni.

Non essendo prevedibile quali competenze saranno richieste tra dieci, quindici anni, si punta ad abilità più generali, le cosiddette abilità per il ventunesimo secolo.

“La nuova e urgente sfida è quella di fornire forme d’istruzione che incoraggino i giovani a interessarsi alle questioni economiche globali della sostenibilità e del benessere dell’ambiente; che li incoraggi a forme di attività economica che favoriscono la salute e il rinnovo delle risorse naturali della Terra anziché saccheggiarle ed esaurirle”.

Per perseguire i loro scopi economici, le scuole devono quindi accettare e valorizzare le diversità, eliminando le rigide distinzioni tra le discipline e dando a tutte pari dignità, aprendosi al contempo al mondo del lavoro, per farlo sperimentare direttamente agli studenti.

Culturale.

L’istruzione dovrebbe mettere gli studenti nelle condizioni di comprendere e apprezzare la propria cultura e di rispettare la diversità delle altre”.

Nel tempo, ogni comunità umana coesa sviluppa una cultura.

E ogni cultura, salvo casi di lungo isolamento, subisce l’influenza delle interazioni con altre culture: l’interconnessione sempre più profonda genera complessità e arricchimento, grazie al contatto con la diversità, il cui rispetto deve diventare un dovere.

Le scuole, secondo l’autore, devono affrontare tre priorità culturali: aiutare gli studenti a comprendere la propria cultura; aiutarli a comprendere le altre culture; promuovere un clima di tolleranza e convivenza culturale.

Per farlo è necessario “un curricolo ricco e ampio, non ristretto e impoverito”.

Sociale.

L’istruzione dovrebbe mettere gli studenti nelle condizioni di diventare cittadini attivi e compassionevoli”.

“Le scuole hanno un ruolo essenziale nel coltivare il senso della cittadinanza. Non lo svolgeranno efficacemente propinando lezioni di educazione civica, ma proponendosi come quel luogo che mette in pratica questi principi nel suo funzionamento quotidiano”.

Personale.

L’istruzione dovrebbe mettere gli studenti nelle condizioni di relazionarsi sia con il loro mondo interiore sia con il mondo che li circonda”.

L’istruzione è anche una questione profondamente personale. “Nessuno degli altri suoi scopi potrà essere raggiunto se ci dimentichiamo che istruire significa arricchire la mente e il cuore di persone in carne e ossa”. La chiave per migliorare il rendimento è coinvolgere le persone.

La nostra percezione del mondo esterno è influenzata dal nostro mondo interiore. Il curricolo scolastico tradizionale però trascura volutamente il mondo interiore, generando noia, ansia, distacco e quindi abbandono scolastico.

Vogliamo che tutti gli studenti sappiano, capiscano e siano capaci di fare alcune cose, ma gli studenti hanno anche le loro particolari e uniche combinazioni di attitudini, interessi e inclinazioni di cui l’istruzione deve occuparsi, diventando personalizzata.

Concretamente, quindi, in che modo deve trasformarsi la scuola?

Robinson definisce l’istruzione come un “sistema complesso che si adatta”. E la scuola è una comunità viva di persone, ognuna con le sue storie e sensibilità, e come tale è coinvolta in ogni aspetto del mondo che la circonda.

Per trasformare una qualsiasi situazione, secondo l’autore, occorrono tre forme di conoscenza: una critica dell’attuale stato delle cose, una visione di come dovrebbero essere e una teoria del cambiamento. E il punto migliore da cui partire è il contesto in cui ti trovi.

“Per assumersi la responsabilità del cambiamento, la prima cosa da fare è accettare il fatto che abbiamo il potere di cambiare le cose”, non elevando i risultati dei test, ma favorendo l’apprendimento.

Apprendimento che è diverso da istruzione. Scopo dell’istruzione è aiutare gli studenti ad apprendere, e realizzare questo è compito del docente. Se gli studenti non imparano non c’è istruzione. Occorre intervenire alla radice per creare le condizioni che permettono di far fiorire il rapporto tra docenti e studenti.

Secondo Robinson affinchè le scuole possano migliorare è necessario comprendere la natura stessa dell’apprendimento, che è un processo naturale per l’uomo: i bambini nascono per imparare, con immaginazione e creatività.

Caratteristica dell’essere umano è la varietà di talenti, interessi e temperamenti individuali, che l’uomo cerca di definire e classificare, come fa la teoria del QI, che riduce la complessità dell’intelligenza umana in un numero. Ma l’intelligenza umana è multiforme e secondo Robinson per raggiungere i quattro principali obiettivi dell’istruzione dobbiamo provvedere ai diversi modi in cui l’intelligenza ci consente di comprendere il mondo interiore e di agire nel mondo esteriore, mettendo gli studenti nella condizione di esplorare le proprie capacità e sensibilità attraverso una maggiore personalizzazione del percorso scolastico.

Insegnare a tutti nello stesso modo non tiene conto dei ritmi e modi diversi di ognuno, cancella le differenze, non rispetta l’individualità di ciascuno studente e si rivela inefficace.

Tra i movimenti che cercano di cambiare il paradigma c’è la Slow Education, che promuove “un apprendimento profondo per risultati significativi. Al centro ci sono la qualità della relazione tra insegnante e discente, e il fatto che il discente è più importante di un semplice giudizio sulle sue capacità e dei test”, sfruttando nei bambini la tendenza innata al gioco, che è fondamentale per l’apprendimento perché muove la creatività e l’immaginazione e svolge un ruolo fondamentale in tutte le fasi della vita nello sviluppo fisico, sociale, emozionale e intellettivo.

Ma la crescente standardizzazione del sistema va contro questo modo naturale di apprendere, eliminando le occasioni di gioco libero a scuola. In sostanza le scuole limitano le potenzialità degli studenti e contrastano con i ritmi di apprendimento naturale.

Qualcosa però si può fare: le persone nella migliore posizione per attivare il cambiamento e che possono garantire la qualità dell’apprendimento sono proprio gli insegnanti, perché l’insegnamento è qualcosa più di un lavoro: è una forma d’arte, secondo l’autore.

L’istruzione formale si compone di tre elementi: curricolo, insegnamento e valutazione. In genere, il movimento per gli standard trascura l’insegnamento, considerato solo un modo per trasmettere contenuti standardizzati, a vantaggio degli altri due elementi.

Questo svaluta la figura e il ruolo dell’insegnante, mentre i sistemi più efficienti la valorizzano in termini di retribuzione, preparazione e aggiornamento.

Ma se i bambini sono nati per imparare, perché dovrebbero avere bisogno di insegnanti?

Continuando il paragone con l’agricoltura e l’allevamento biologici, l’autore considera l’insegnante come un giardiniere.

“I giardinieri sono consapevoli di non essere loro a far crescere le piante. Non attaccano loro le radici, non incollano le foglie e non dipingono i petali. Le piante crescono da sé. Il lavoro del giardiniere è creare le condizioni migliori perché questo succeda. I bravi giardinieri creano queste condizioni, quelli scarsi no. Con l’insegnamento è lo stesso. I bravi insegnanti creano le condizioni per l’apprendimento, quelli scarsi no. I bravi insegnanti sanno anche di non avere sempre il pieno controllo su queste condizioni”.

Non si tratta tanto di promuovere forme di insegnamento progressiste cancellando quelle tradizionali, quanto di creare il giusto equilibrio tra le varie tecniche.

Per raggiungere un equilibrio tra pratiche tradizionali e alternative, perseguendo il fare ma anche il conoscere e valutare, gli insegnanti rivestono quattro ruoli principali: coinvolgono gli studenti, entusiasmandoli e trascinandoli; forniscono gli strumenti giusti per ognuno, personalizzandoli e diversificandoli; hanno aspettative, creano una relazione in cui sia evidente che credono nell’alunno; creano le condizioni adatte perché ogni alunno possa trovare il suo scopo e perseguirlo con successo.

Una delle metodologie didattiche che l’autore considera interessanti è la classe capovolta, per il largo utilizzo del lavoro cooperativo, della indagine e della riflessione tra pari.

La classe capovolta propone un insegnamento alternativo e stimola la creatività, che l’autore definisce come “il processo con cui si generano idee originali e di valore”.

Alla radice della creatività c’è l’immaginazione, cioè “la capacità di portare alla mente cose che non sono presenti ai nostri sensi. Essere creativi significa mettere all’opera l’immaginazione. La creatività è immaginazione applicata”. Mettendo in pratica le nuove idee si crea innovazione.

La creatività non è solo una dote delle persone speciali, non riguarda solo le arti, può essere insegnata, e non è solo una questione di libera espressione di sé.

La creatività richiede anche di valutare criticamente se quello su cui si sta lavorando vada bene.

“La creatività non è l’opposto della disciplina e del controllo. Al contrario, la creatività, in qualunque campo, può richiedere una profonda conoscenza fattuale e abilità pratiche di alto livello”.

Che tipo di formazione deve avere un insegnante per insegnare certe cose?

L’opinione secondo cui sia sufficiente padroneggiare una particolare disciplina per insegnarla si basa su un concetto meccanicistico dell’insegnamento come trasmissione di concetti, ma l’insegnamento non è meccanica.

I grandi insegnanti possono fornire agli studenti tre cose fondamentali: ispirazione, sicurezza di sé, creatività.

Trovare il modo di arrivare a tutti gli studenti è il punto chiave nella trasformazione dell’istruzione. E arrivare a tutti in maniera diversa sarebbe possibile se il tipo di curricolo consentisse di concentrarsi sulla qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento.

E dunque che tipo di curricolo dovrebbero avere le scuole?

Secondo l’autore è innanzitutto necessario che i quattro scopi dell’istruzione (economico, culturale, sociale e personale) richiamino le otto competenze di base che le scuole dovrebbero valorizzare per aiutare gli studenti ad avere successo nella vita: curiosità, creatività, critica, comunicazione, collaborazione, compassione, compostezza (o padronanza di sé), cittadinanza.

Ogni studente dovrebbe sviluppare queste competenze dall’inizio del percorso di istruzione e perfezionarle per tutta la vita, per essere pronto ad affrontare le sfide economiche, culturali, sociali e personali che incontrerà nella vita.

Per promuovere queste otto competenze, quindi, che tipo di curricolo serve?

Il curricolo convenzionale, concepito sulle singole materie scolastiche, è considerato riduttivo.

L’autore predilige il termine disciplina, in quanto contiene in sé sia la teoria che la pratica. Pensare al curricolo in termini di disciplina apre la strada a possibili percorsi interdisciplinari. Ma quali discipline dovrebbe includere questo curricolo?

In un curricolo equilibrato non dovrebbero esserci gerarchie di importanza tra le varie discipline, bensì parità di status tra esse. Il giusto equilibrio tra le varie discipline consente di offrire agli studenti una risposta individualizzata alle loro esigenze, rispettando i loro i interessi personali.

L’autore sottolinea l’importanza di tutte le discipline in ogni fase dell’istruzione e del rispetto delle varie fasi di sviluppo degli studenti. La personalizzazione diventa fondamentale quando gli interessi degli studenti iniziano a definirsi meglio: questo è il valore di un curricolo vario e diversificato.

In conclusione se si vogliono raggiungere i quattro scopi dell’istruzione e le competenze connesse, è importante che il curricolo abbia le seguenti caratteristiche:

  • diversità: il curricolo deve essere ampio in modo da includere tutti i tipi di conoscenza e fornire opportunità per fare scoprire agli studenti i propri talenti e interessi;

  • profondità: il curricolo deve fornire adeguate possibilità di scelta, in modo che gli studenti, crescendo, possano approfondire i propri interessi;

  • dinamismo: la progettazione del curricolo dovrebbe consentire la collaborazione tra studenti e insegnanti e costruire rapporti e interazioni con la comunità più ampia per evolversi e svilupparsi.

Ma il fattore che può condizionare negativamente la presenza di questi tre aspetti è il tipo di valutazione sbagliata.

Il problema della valutazione è probabilmente il più sentito tra quelli trattati, soprattutto per via dei test cosiddetti high-stakes, quasi decisivi per il futuro degli studenti, che provocano rabbia e frustrazione in docenti e genitori.

L’importanza dei test costringe gli insegnanti a dedicare buona parte del proprio tempo a prepararli, con metodi e indicazioni che sono il contrario di quanto dovrebbe accadere.

Gli standard, dice l’autore, sono importanti e utili in molti campi, e persino in alcuni ambiti dell’istruzione.

Ci sono però due problemi: primo, la scuola è fatta di persone e le persone non sono fatte secondo un modello standard, e l’istruzione non può non tenerne conto; secondo, molti degli sviluppi più importanti che le scuole dovrebbero incoraggiare non sono standardizzabili. Questi problemi hanno conseguenze disastrose, tra cui quella di far diventare i test standardizzati non uno strumento per migliorare l’istruzione, ma “una sorta di psicosi”, che costringe persino i bambini più piccoli a passare buona parte del loro tempo a scuola seduti sui banchi a preparare i test, sostenerli e vederne i risultati.

Questi test misurano poche delle cose importanti e lo fanno in modo limitato, ma data la loro importanza portano gli insegnanti a dedicare il proprio tempo alla preparazione dei test stessi, impedendo di lavorare su innovazione, creatività, risoluzione dei problemi, collaborazione, comunicazione, pensiero critico e precludendo una conoscenza approfondita delle materie, a favore del minimo di conoscenza necessaria al superamento del test.

L’enorme importanza dei test ai fini dei finanziamenti alle scuole e della valutazione degli insegnanti porta con sé anche un altro problema: ci si concentra sugli studenti vicini alla soglia di inefficienza, nella speranza di portarli a superare il test e incrementare così la percentuale di positività; questo porta a trascurare sia chi ha un rendimento basso che quelli che hanno un rendimento alto.

A causa di questo molti genitori chiedono per i propri figli diagnosi che permettano loro di avere tempi aggiuntivi nei test, trasformando i disturbi come l’ADHD in “disturbi strategici”.

I più importanti di tutti i test sono quelli dell’OCSE e le famose classifiche PISA, che hanno uno scopo onorevole: “fornire un riferimento regolare e oggettivo per gli standard internazionali nell’istruzione”. Il problema è l’uso che i governi fanno dei risultati PISA.

Persino gli stessi responsabili PISA sottolineano la parzialità dei test standardizzati e la necessità di promuovere altre competenze nella scuola. Dice infatti Andreas Schleicher, responsabile dei programmi su innovazione e competenze all’OCSE: “Il mondo dell’economia non ti paga più per quello che sai: c’è Google a sapere tutto. (…) Il mondo dell’economia ti paga per quello che sei capace di fare con quello che sai. (…) Nel nostro mondo assistiamo a una rapida diminuzione della richiesta delle comuni abilità cognitive, e tutto ciò che è facile da valutare e da insegnare è anche facile da digitalizzare, automatizzare ed esternalizzare.”

Eppure i risultati dei test PISA sembrano spingere i responsabili dell’istruzione verso una direzione opposta a quella auspicata dai responsabili stessi del programma: aumento delle valutazioni standardizzate e soluzioni a breve termine per scalare la classifica.

L’autore non discute la necessità di valutare, ma la forma di valutazione usata, con i danni che sta causando.

La valutazione, dice, si compone di una descrizione e un confronto. La descrizione è oggettiva, mentre il giudizio nasce dal confronto di una prestazione individuale con quelle di altri, valutata poi con criteri specifici.

La valutazione con voti in lettere o numerici presenta diversi problemi: si sofferma sul giudizio, trascurando la descrizione; il voto non veicola la complessità del processo che valuta e alcuni risultati non si possono esprimere con una lettera o un numero: non tutto ciò che conta può essere misurato.

Per rendere più efficace la valutazione sarebbe bene separare la descrizione dal confronto (il giudizio) e usare una pluralità di forme, come la partecipazione in classe, il portfolio e le composizioni scritte, approcci particolarmente utili nella valutazione del lavoro creativo.

Gli insegnanti usano già ora una vasta gamma di metodi e sono molti i progetti di valutazione senza voti, che rendono più efficace l’insegnamento, perché non permettono all’alunno di ridurre tutto a un voto.

La valutazione è quindi parte integrante dell’insegnamento, dell’apprendimento e della cultura della scuola, non il fine dell’insegnamento.

“Trovare il giusto equilibrio in questo senso è uno dei compiti della dirigenza scolastica”.

L’apprendimento è basato sulla relazione tra discente e docente, ma perché una scuola possa davvero eccellere è necessario un terzo soggetto: “un dirigente scolastico illuminato”. Quello che hanno in comune tutte le scuole citate nel libro è appunto la guida di un dirigente entusiasta, come accade per esempio all’Accademia di belle arti di Boston, a proposito della quale Robinson riporta la frase di un genitore, che spiega molto bene perché questa scuola funzioni: “Questa è l’unica scuola che è partita da quello che mia figlia era capace di fare, non da quello che non era capace di fare”.

La leadership ha un ruolo essenziale nel corretto funzionamento di una scuola.

Avere un’idea è importante, così come è importante la capacità di suscitare entusiasmo con quell’idea, motivare e indicare una direzione. Servono anche risorse e abilità per svolgere il lavoro, ma la capacità di gestirle è essenziale, perché le risorse da sole non bastano.

Non esiste un unico stile di leadership e la stessa può e deve variare a seconda del contesto, ma nella scuola, quale che sia lo stile adottato, il grande dirigente sa che non deve inseguire un miglioramento dei risultati, ma creare una comunità che condivide gli stessi obiettivi.

Per fare questo occorre muoversi con cautela e per passi successivi, perché un cambiamento eccessivamente radicale imposto alla comunità potrebbe non essere accolto con favore: “bisogna costruire le condizioni e le capacità, all’interno della propria comunità, di accettare idee che non vengono percepite come una minaccia”.

La scuola infatti non è un automatismo, ma qualcosa di simile a un organismo, che risente della cultura nella quale è immersa, per cui, per trasformarla, dice l’autore, occorre tener conto delle abitudini e dell’habitat, e di come questi si influenzano reciprocamente.

Le abitudini sono tutte le routine e procedure che le istituzioni sviluppano e che con il passare del tempo rischiano di irrigidirsi, perdendo di vista lo scopo per le quali erano state create: “l’istituzione si trasforma nelle procedure (…) tante scuole sono organizzate in un certo modo perché lo sono sempre state, non perché debbano esserlo”.

L’habitat è invece l’ambiente fisico di una scuola, che può influire sia sul clima che sul funzionamento. Le pareti, i locali, la disposizione degli arredi dicono molto sul clima di una scuola: “se nelle aule i banchi sono disposti in file rivolte verso la cattedra, mandano un messaggio chiaro tanto agli studenti quanto agli insegnanti riguardo al tipo di apprendimento che ci si aspetta abbia luogo in esse”.

Ogni dirigente scolastico dovrebbe aspirare a “rimodellare e perfezionare la scuola per adattarla ai bisogni in evoluzione degli studenti e della società”. Dovrebbe promuovere nella sua scuola alcune caratteristiche fondamentali: un senso di comunità, di identità condivisa; individualità: far parte di una folla (una comunità) non significa perdere in essa la propria identità; possibilità: si tratta quindi di riconoscere la grande varietà di talenti e aspirazioni e fornire le condizioni perché possano crescere.

Il ruolo di un leader creativo nella scuola non è avere tutte le idee che servono per innovare: è piuttosto “promuovere una cultura in cui tutti le elaborino”. Non comandare, ma controllare un clima, dice l’autore, coinvolgendo nella comunità tutti i partner, a cominciare da quelli più importanti: le famiglie.

Quando scuola e famiglia collaborano nel modo giusto, gli studenti di qualsiasi contesto sociale ed economico ne traggono vantaggio.

Ogni genitore è consapevole che ogni bambino è unico, con i propri interessi, talenti e predisposizioni. La scuola, invece, non sempre tratta i suoi studenti come individui in quanto non rispetta le loro potenzialità. Il pericolo dell’istruzione standardizzata infatti è “l’idea che la taglia unica vada bene per tutti e che la vita sia lineare”.

Il coinvolgimento delle famiglie nella comunità scolastica è fondamentale, ma è possibile solo se le scuole lo rendono tale.

Ciò che conta è rendere l’istruzione più individualizzata, appagante e coinvolgente al fine di far esprimere al massimo le potenzialità e le aspirazioni dei ragazzi e incentivare la loro creatività. Creare, cioè, un clima, una cultura scolastica adatta all’apprendimento.

E la cultura della scuola subisce anche l’influenza del clima politico che la avvolge: per ottenere un effettivo cambiamento nell’ambito delle istituzioni scolastiche, è necessario che i decisori politici comprendano il ruolo che devono rivestire all’interno di questa dinamica.

Ma chi sono i decisori politici? I componenti del consiglio di istituto, i sovrintendenti, i politici e i sindacalisti: una rete complessa con interessi diversi e talvolta divergenti. Al fine di operare verso una direzione comune, in che modo e cosa dovrebbero concretamente fare per far sì che vengano realizzati i quattro scopi dell’istruzione (economico, sociale, culturale e personale)?

Per l’autore, i decisori politici dovrebbero facilitare i principi e le condizioni su cui si basa l’istruzione e che ne influenzano il clima generale.

Per realizzare il cambiamento sono necessari alcuni elementi: una visione del futuro; le competenze necessarie per attuare il cambiamento; degli incentivi per credere che esistano buoni motivi per cambiare e che gli sforzi per raggiungere l’obiettivo siano validi; le risorse personali e materiali per attuare la trasformazione;un piano di azione convincente che consenta agli operatori del cambiamento di sentirsi sulla giusta strada.

Se anche solo uno di questi elementi manca, il processo di trasformazione rischia di arenarsi.

Il ruolo dei leader, delle politiche e dei decisori politici è assicurarsi, qualora fossero rispettati tutti questi elementi, che la direzione sia quella giusta.

La sfida per il cambiamento è applicare questi principi dappertutto.

Esistono persone capaci di vedere il cambiamento e un futuro diverso, e che sono decise a realizzarlo con le proprie azioni e attraverso la condivisione e collaborazione con altri, che pur non avendo la capacità o la forza di prendere iniziative sono favorevoli al cambiamento, se ne vedono la possibilità. “Quando si muove un numero sufficiente di persone, questo è un movimento. E se il movimento ha sufficiente energia, allora diventa una rivoluzione. Nell’istruzione, è esattamente di questo che abbiamo bisogno”.

Così si conclude il libro di Robinson.

Nel complesso mondo di oggi c’è davvero necessità di menti creative capaci di trovare soluzioni e progettare un futuro migliore, e se davvero, come dice l’autore, la scuola “uccide la creatività”, allora abbiamo un problema serio. Le buone pratiche descritte nel libro di Robinson sono piccole rivoluzioni che potrebbero apportare incalcolabili benefici sociali, se applicate su larga scala. Soprattutto se chi lo legge, insegnante o dirigente che sia, riuscisse a sentire la passione che attraversa il libro e a trasmetterla, almeno in parte, ai colleghi, ai propri docenti, agli alunni: una passione impossibile da rendere in una recensione, ma che potrebbe davvero generare una rivoluzione. O almeno questo ci si augura.

 

Stefania Anna Russo

 

Scuola creativa. Manifesto per una nuova educazione – Ed. Erickson – 2017 – (298 pgg)

Ken Robinson

Autore inglese, conferenziere e consigliere internazionale sull’educazione per i governi e le istituzioni no-profit. Direttore artistico nello Schools Project (1985–89), Professore di Educazione all’Arte nell’Università di Warwick (1989–2001), nel 2003 è stato insignito del titolo di Cavaliere per i servizi resi all’educazione.

Proveniente da una famiglia di impiegati di Liverpool, Robinson oggi vive a Los Angeles con la moglie Marie-Therese e i figli James e Kate. Famoso per i suoi TED, Robinson ha fatto tre presentazioni sul ruolo della creatività in materia di istruzione. Nella presentazione del 2006 – la più vista tra i suoi discorsi sul sito web TED – Robinson ha esposto come il ruolo delle scuole uccida la creatività degli studenti. Nell’aprile 2013, ha tenuto una conferenza dal titolo “Come sfuggire alla valle della morte dell’istruzione” in cui delinea tre principi fondamentali per la mente umana per prosperare. Nel 2010, la Royal Society per la Promozione delle Arti, Manufactures & Commerce ha animato uno dei discorsi di Robinson su come modificare i paradigmi educativi.